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venerdì, 16 ottobre 2009
Nuova fatica di Quentin Tarantino, nuova febbricitante attesa, ma niente buone nuove.
Non ci si aspettava che potesse essere lo stesso inventore del giocattolone a romperlo per primo, e invece...
Bastardi Senza Gloria vizia e al contempo rende incontentabile il suo autore che, una volta ottenuto l'oggetto del desiderio, lo ammira, lo manipola e lo scaglia contro un muro, distruggendolo in una miriade di frammenti che non svelano altro che la debole fattura.
Tra le macerie è possibile rinvenire i cocci di taglio grosso, ovvero le parti riciclate: gli inserti tipici atti a presentare i personaggi di punta, i leit-motiv caratteriali che mettono in risalto i contorni delle macchiette altrimenti indistinguibili, le citazioni di serie B e i balletti dialogici. Queste parti importanti del film-gioco tarantiniano, solitamente montate ad arte e perfettamente combacianti con  le strutture più sottili, perdono qui la loro natura edificante ed edulcorante. Corrispettivamente: non introducono il personaggio e snelliscono il corpo narrativo, non amplificano il visivo e livellano eccessivamente la gamma delle tonalità emotive, non richiamano il senso e rallentano l'azione, e infine, aumentano oltremodo l'attesa ma mai la soddisfano.
Gli elementi più piccoli, quelli che dovrebbero garantire la stabilità del prodotto, finiscono per cedere sotto il peso degli ingombranti ornamenti: il montaggio si trova a dover assemblare troppo materiale diversificato, troppi canali di comunicazione non amministrati da alcuna gerarchia (immagini, dialoghi. sottotitoli, effetti sonori, colonna sonora, metatesti...), troppi eroi usa e getta. Il risultato è una perdita a sfavore della fluidità e dell'accumulazione narrativo-visiva che, almeno fino ad ora, Tarantino aveva privilegiato e ben orchestrato.
Infine le schegge, i dettagli, la parte migliore. Quando il gioco si frantuma sono le schegge le prime a perdersi. In Bastardi Senza Gloria il quid pluris che rende l'opera intrisa del suo autore, unica e irripetibile, viene a mancare. E in un film dove i contenuti sono i primi ad essere sacrificati, questa mancanza diviene quasi insopportabile. Ciò che resta è godibile, consumabile, ma non può bastare.
L'autoreferenzialità, che si rivela più abusiva che comunicante nella logica dell'espressività tarantiniana, qui tende ad annullare il senso piuttosto che a costruirlo e moltiplicarlo, e il flusso di immagini che scorrono sullo schermo, singhiozzanti e  scoordinate, non fanno che interrompere continuamente il processo di seduzione del film, arrivando quasi ad annoiare.
Insomma, un'impegnata masturbazione, ma senza orgasmo.
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Marienbad
alle ore
23:35
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sabato, 15 agosto 2009
C'è stato un tempo in cui l'unico modello di donna al quale ci si poteva ispirare, per far fronte alla società patriarcale e maschilista vigente, era quello di una femmina pronta a subire le ingiustizie godendo, in quella rassegnazione, dell'unico rivendicante piacere di esibire una presunta genetica abilità a gestire il dolore fisico e psichico del caso. I caratteri di quel tipo di donna, oggi fortunatamente recessivi, si sono così ben radicati nella cultura italiana tanto da ricomparire, di tanto in tanto, anche nelle generazioni più recenti. I caratteri di cui parlo comprendono una serie comportamenti, modi di pensare e formule espressive che si manifestano fastidiosamente tra le donne di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali.
Il carattere portante di questa struttura comportamentale è la permalosità, carattere che, infatti, non sembra legittimarsi in una reazione del tutto personale, ma pare piuttosto derivare da una strategia culturale atta a scansare a priori un possibile sopruso, come se tutte queste donne incarnassero il mito della ciociara perennemente in allerta stupro. Tale permalosità sembra mettere in moto un meccanismo fatto di ridicolissime interpretazioni atte a garantire la forza fisica e morale della femmina. Sono note la ricorrenza, più o meno fortuita, al grande potere della procreazione ("vi abbiamo partoriti tutti noi" e "da un grande potere derivano grandi responsabilità"), o fisicamente, per chi può, attraverso prosperosi seni e ingombranti fianchi, o caratterialmente, attraverso l'ostentazione di grandi capacità educative e gestionali sul piano delle relazioni con anziani, adulti o bambini di genere maschile. Riguardo ai modi di pensare, nonostante l'inarrestabile evoluzione multidirezionale, si può osservare la desolante immutabilità del campionario di giudizi, sorretto da un altrettanto immutabile indice ben corredato di preconcetti razziali, sociali e religiosi che, sempre più silenziosamente, continuano ad orientare le scelte di queste donne in ogni ambito. Per quanto diverse, infatti, queste vittime estemporanee di guerra, sembrano prediligere sempre il solito connazionale ricco e di "sani" principi cattolici, anche quando spudoratamente ateo, e tutto solo per difendersi dall'imminente crack economico e/o sociale. Altro carattere preponderante è l'appellarsi a formule proverbiali di marcata origine fascista, ma spogliate di qualsivoglia ideologia, perfettamente utili a dissimulare l' infondatezza e la povertà delle proprie opinioni... Si va dai più demodè: "Chi si ferma è perduto" (=prima o poi troverò una soluzione al casino che ho combinato) o "Si stava meglio quando si stava peggio " (=non so gestire tutte queste nuove realtà), ai sempreverdi: "Meglio vivere un giorno da leone, che cento anni da pecora" (=non posso mancare l'occasione di primeggiare) o ancora "O con noi o contro di noi" (=sono determinatamente ottusa), e via dicendo.
C'è da dire che questi caratteri, più o meno contaminati dalla postmodernità, hanno dato vita, nel tempo, a fenomeni di sensibilizzazione comportando, perfortuna o purtroppo, una proliferazione di nuove entità femminili: anoressiche (=il nostro corpo non rappresenta più il sustentamento e la forza procreatrice della società), donne di plastica (=la prosperità e la giovinezza sono puramente fattori estetici e non utili) e le maschie (=rifiuto degli stereotipi vergine, moglie e madre), diversivi che, nonostante la loro apparente determinazione, non propongono una vera alternativa, ma manifestano lo strascico di tutta una serie di nevrosi mai risolte che denotano, alla base, la mancanza di una reale e del tutto indipendente identità femminile.
Il resto della popolazione femminea, escluso da questo "ironico ma non troppo" ritratto, è sicuramente in fase di aggiornamento e, chiaramente, vi rientrano tutte coloro che al momento stanno leggendo queste poche righe.
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Marienbad
alle ore
21:18
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domenica, 14 giugno 2009
Quando ero bambina ricordo che mi ossessionava l'idea di perdere alcune immagini della mia personale esperienza. Il mondo era sempre nuovo e ogni momento trascorso a percepirne le fattezze corrispondeva sempre ad una scoperta, una scoperta che, trascorso un primo momento di euforia, scatenava in me un forte desiderio di possessione. Desideravo quell'immagine, la sua essenza e presenza, il frame-surrogato del suo moto cromatico e dinamico, per poterne gioire a distanza nel tempo e poter ricaricare le cartucce usate della mia sensorialità di nuova linfa vitale.
In breve e quasi automaticamente, studiai una strategia affinchè questo potesse divenire in qualche modo possibile. Cominciai ad utilizzare i miei occhi come una macchina fotografica ad altissime prestazioni. Ogni qualvolta mi trovavo di fronte ad una nuova e suggestiva visione, mi premuravo di azionare mentalmente la macchina fotografica organica, fissavo e impostavo l'inquadrato, strizzavo gli occhi facendo scattare l'otturatore e li riaprivo convinta di aver assorbito un'istantanea del tempo e dello spazio che mi trovavo a vivere. Si trattava di una iper attenzione che mi consentiva di afferrare un frammento particolareggiatissimo del mondo che mi circondava. Per anni ho fotografato i momenti più significativi della mia esistenza di bambina sognatrice, accumulando nella mia mente albe e tramonti, mari e monti, luoghi sfocati e bui intensi. Non importava che questi contenessero una sensazione, l'atmosfera era lì, tra i pertugi del colore e la potenzialità delle azioni bloccate nell'attimo.
Fu così che i miei sogni cominciarono a popolarsi di quei luoghi dispersi e di quei momenti estemporanei, coordinandosi a residui di storie più o meno reali, più o meno simboliche, che la mia mente macinava nella fase REM. E mentre le trame fluivano silenziose, soggiacevano alla prepoderanza vivida dei colori, delle luci e delle ombre che illuminavano e offuscavano, di volta in volta, i perchè delle azioni che compivo, potenziando i ricordi caricandoli di nuovi e mirabolanti significati. La spensieratezza dei cieli blu cobalto nei pomeriggi estivi trascorsi alla finestra, il terrificante rumore nero delle corse a casa in notturna, il colore caldo della sabbia brillante e ondeggiante della spiaggia desolata, il rosso vermiglio delle scarpette di vernice della cuginetta più grande, il profumato verde smeraldo del basilico che infiocchetta la pasta al dente della mamma e l'innocenza del bianco trasparente che mostra i seni acerbi della pubertà. I miei scatti regolavano la fase dormiente e innescavano sensazioni particolari, e per questo motivo i miei sogni spesso risultavano estremamente surreali.
Purtroppo, con il passare degli anni, quelle immagini si sono sbiadite irrimediabilmente. Passioni diluite hanno lasciato la campitura ad un sentimento dalla tonalità antica: la nostalgia. Ma quando la notte cala e il sonno ha il sopravvento, sfoglio il mio album fotografico e riaggiorno la memoria. Talvolta, al risveglio, il mio umore è intriso di una strana e familiare gioia infantile, sorrido e mi sfrego gli occhi.
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Marienbad
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22:02
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sabato, 11 aprile 2009
Qualcuno una volta ha detto: "Chi non sa popolare la propria solitudine, nemmeno sa star solo in mezzo alla folla affaccendata". Mi capita da tempo immemore di vivere l'una e l'altra situazione, osservando la vita altrui con grande distacco, come se il tutto mi scorresse di fronte agli occhi come un film lunghissimo. E siccome il film è lungo e spesso noioso, poichè privo di quell'elemento attivante che è il montaggio, sbadigliare sui dialoghi dei miei interlocutori è diventato per me un atto non valutabile in termini di maleducazione. Sbadiglio a bocca aperta, come se nessuno mi vedesse, e sovente non mi prendo la briga di scusarmi se qualcuno, preso da un guizzo di protagonismo ultra spettacolare e quasi teatrale, me lo fa notare. Eppure popolare la solitudine è necessario quasi quanto respirare, perchè senza imput la mia riflessione sulle cose e sul mondo resterebbe infecondata e io soffrirei per la mia sterilità mentale fino a ritirarmi sul monte di Zarathustra e dedicarmi alla mera masturbazione. Le persone mi piacciono, apprezzo la loro compagnia quando si dimostrano capaci di gestire il tempo e lo spazio dei loro movimenti mentali e fisici: divertire, farsi amare, farsi compatire. E' a questo che anelo durante gli incontri fortuiti o previsti, ad un po' di ritmo. Se prediligessi la simmetria e l'equilibrio di cui tutti sembrano i ligi custodi, chiamandola per altro coerenza e normalità, trascorrerei più volentieri il mio tempo a dormire sperando in un incubo spaventoso. Parlare restando fedeli a se stessi, sempre e comunque, come se fossimo realmente in grado di prenderci la responsabilità delle nostre parole, che nascono dai nostri pensieri, che a loro volta nascono dalle nostre sensazioni, e che infine sono del tutto irrazionali, mi sembra uno sforzo inutile e bieco. Bisognerebbe almeno avere il coraggio di ammettere che la recitazione, anche se non si vive dentro a un film, è normalmente impiegata, così smetteremmo una volta per tutte di prenderci sul serio e potremmo finalmente sbadigliare ogni qual volta il corpo lo richiedesse. Maledetta coerenza che appiattisce il senso e fa di potenziali belle riflessioni formule per la conversazione d'azzardo. E' la meccanica della non comunicazione: chiarezza, coerenza, equilibrio e razionalità. Mentre il sentire scivola denso lungo il sistema linfatico e viene eliminato con il sudore. Non a caso i nostri umori spesso significano più delle nostre parole e non è parimenti un caso se  le persone che si incontrano profumano intensamente di falsità. E allora quanto è faticoso osservare per decifrare il non detto se pure dobbiamo ascoltare, annuire o dissentire continualmente il falso, magari per fare la felicità del primo stronzo che gode di siffatta compagnia? Io, che francamente ho altro da fare e da provare, mi riservo il diritto di distrarmi da questo teatrino e di godere della mia buona compagnia in mezzo a questa folla affaccendata.
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Marienbad
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01:49
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categoria: the grudge
venerdì, 10 aprile 2009
Le vacanze pasquali, come tutti i periodi di festa comandati, sono un buon terreno di scontro per le riflessioni esistenziali di cui, per altro, ci abbuffiamo senza sfamarci. E così ci si ritrova ad aprire l'ennesimo uovo nella speranza di trovare al suo interno un nuovo motivo per lagnarci della futilità che ci circonda. La pasqua è un contenitore, esattamente come le sue uova, di inutili sentimenti confezionati per l'occasione. Quindi buona pasqua e buona scorpacciata di sapori e dissapori.
Eppure così come vengono se ne vanno i pensieri nel giro di una domenica, magari scansati dalla buffa idea di una grossa gallina che, per risparmiar tempo, caga e depone insieme queste sorprese marroni, portando con sè il messaggio che il senso della creazione è fottuto ma quello della produzione no. Indi per cui, aspettiamo ogni anno che questa merda sia covata per ritrovarcela sulle nostre tavole e consumarla per la felicità della grossa gallina frustrata che necessita di evacuare ogni volta che il gesù cristo risorge. Perdonate la balsfemia ma mi sforzo di essere coerente con le tematiche pasquali: le parabole iperboliche della cristianità, i sentimenti di benevolenza verso le cose e gli esseri viventi e le fastidiose ritorsioni del consumismo che ci svuota le tasche in cambio di niente.
Da qualche anno si trovano tante uova vuote. Non è un problema, basta spostare il senso della pasqualità sul cioccolato. E se in futuro verrà a mancare pure quello, torneremo ad occuparci delle galline nel cortile di casa, apprendendo increduli che le uova non contengono un dono bell'epronto, ma un qualcosa che va allevato, o in cucina o nel nido, e che ci sazia, o nello stomaco o nello spirito.
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Marienbad
alle ore
12:34
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categoria: the grudge
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