Nuova fatica di Quentin Tarantino, nuova febbricitante attesa, ma niente buone nuove.Non ci si aspettava che potesse essere lo stesso inventore del giocattolone a romperlo per primo, e invece...
Bastardi Senza Gloria vizia e al contempo rende incontentabile il suo autore che, una volta ottenuto l'oggetto del desiderio, lo ammira, lo manipola e lo scaglia contro un muro, distruggendolo in una miriade di frammenti che non svelano altro che la debole fattura.
Tra le macerie è possibile rinvenire i cocci di taglio grosso, ovvero le parti riciclate: gli inserti tipici atti a presentare i personaggi di punta, i leit-motiv caratteriali che mettono in risalto i contorni delle macchiette altrimenti indistinguibili, le citazioni di serie B e i balletti dialogici. Queste parti importanti del film-gioco tarantiniano, solitamente montate ad arte e perfettamente combacianti con le strutture più sottili, perdono qui la loro natura edificante ed edulcorante. Corrispettivamente: non introducono il personaggio e snelliscono il corpo narrativo, non amplificano il visivo e livellano eccessivamente la gamma delle tonalità emotive, non richiamano il senso e rallentano l'azione, e infine, aumentano oltremodo l'attesa ma mai la soddisfano.
Gli elementi più piccoli, quelli che dovrebbero garantire la stabilità del prodotto, finiscono per cedere sotto il peso degli ingombranti ornamenti: il montaggio si trova a dover assemblare troppo materiale diversificato, troppi canali di comunicazione non amministrati da alcuna gerarchia (immagini, dialoghi. sottotitoli, effetti sonori, colonna sonora, metatesti...), troppi eroi usa e getta. Il risultato è una perdita a sfavore della fluidità e dell'accumulazione narrativo-visiva che, almeno fino ad ora, Tarantino aveva privilegiato e ben orchestrato.
L'autoreferenzialità, che si rivela più abusiva che comunicante nella logica dell'espressività tarantiniana, qui tende ad annullare il senso piuttosto che a costruirlo e moltiplicarlo, e il flusso di immagini che scorrono sullo schermo, singhiozzanti e scoordinate, non fanno che interrompere continuamente il processo di seduzione del film, arrivando quasi ad annoiare.
Insomma, un'impegnata masturbazione, ma senza orgasmo.
Insomma, un'impegnata masturbazione, ma senza orgasmo.
C'è stato un tempo in cui l'unico modello di donna al quale ci si poteva ispirare, per far fronte alla società patriarcale e maschilista vigente, era quello di una femmina pronta a subire le ingiustizie godendo, in quella rassegnazione, dell'unico rivendicante piacere di esibire una presunta genetica abilità a gestire il dolore fisico e psichico del caso. I caratteri di quel tipo di donna, oggi fortunatamente recessivi, si sono così ben radicati nella cultura italiana tanto da ricomparire, di tanto in tanto, anche nelle generazioni più recenti. I caratteri di cui parlo comprendono una serie comportamenti, modi di pensare e formule espressive che si manifestano fastidiosamente tra le donne di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali.
Quando ero bambina ricordo che mi ossessionava l'idea di perdere alcune immagini della mia personale esperienza. Il mondo era sempre nuovo e ogni momento trascorso a percepirne le fattezze corrispondeva sempre ad una scoperta, una scoperta che, trascorso un primo momento di euforia, scatenava in me un forte desiderio di possessione. Desideravo quell'immagine, la sua essenza e presenza, il frame-surrogato del suo moto cromatico e dinamico, per poterne gioire a distanza nel tempo e poter ricaricare le cartucce usate della mia sensorialità di nuova linfa vitale.
Qualcuno una volta ha detto: "Chi non sa popolare la propria solitudine, nemmeno sa star solo in mezzo alla folla affaccendata". Mi capita da tempo immemore di vivere l'una e l'altra situazione, osservando la vita altrui con grande distacco, come se il tutto mi scorresse di fronte agli occhi come un film lunghissimo. E siccome il film è lungo e spesso noioso, poichè privo di quell'elemento attivante che è il montaggio, sbadigliare sui dialoghi dei miei interlocutori è diventato per me un atto non valutabile in termini di maleducazione. Sbadiglio a bocca aperta, come se nessuno mi vedesse, e sovente non mi prendo la briga di scusarmi se qualcuno, preso da un guizzo di protagonismo ultra spettacolare e quasi teatrale, me lo fa notare. Eppure popolare la solitudine è necessario quasi quanto respirare, perchè senza imput la mia riflessione sulle cose e sul mondo resterebbe infecondata e io soffrirei per la mia sterilità mentale fino a ritirarmi sul monte di Zarathustra e dedicarmi alla mera masturbazione. Le persone mi piacciono, apprezzo la loro compagnia quando si dimostrano capaci di gestire il tempo e lo spazio dei loro movimenti mentali e fisici: divertire, farsi amare, farsi compatire. E' a questo che anelo durante gli incontri fortuiti o previsti, ad un po' di ritmo. Se prediligessi la simmetria e l'equilibrio di cui tutti sembrano i ligi custodi, chiamandola per altro coerenza e normalità, trascorrerei più volentieri il mio tempo a dormire sperando in un incubo spaventoso. Parlare restando fedeli a se stessi, sempre e comunque, come se fossimo realmente in grado di prenderci la responsabilità delle nostre parole, che nascono dai nostri pensieri, che a loro volta nascono dalle nostre sensazioni, e che infine sono del tutto irrazionali, mi sembra uno sforzo inutile e bieco. Bisognerebbe almeno avere il coraggio di ammettere che la recitazione, anche se non si vive dentro a un film, è normalmente impiegata, così smetteremmo una volta per tutte di prenderci sul serio e potremmo finalmente sbadigliare ogni qual volta il corpo lo richiedesse. Maledetta coerenza che appiattisce il senso e fa di potenziali belle riflessioni formule per la conversazione d'azzardo. E' la meccanica della non comunicazione: chiarezza, coerenza, equilibrio e razionalità. Mentre il sentire scivola denso lungo il sistema linfatico e viene eliminato con il sudore. Non a caso i nostri umori spesso significano più delle nostre parole e non è parimenti un caso se le persone che si incontrano profumano intensamente di falsità. E allora quanto è faticoso osservare per decifrare il non detto se pure dobbiamo ascoltare, annuire o dissentire continualmente il falso, magari per fare la felicità del primo stronzo che gode di siffatta compagnia? Io, che francamente ho altro da fare e da provare, mi riservo il diritto di distrarmi da questo teatrino e di godere della mia buona compagnia in mezzo a questa folla affaccendata.
Le vacanze pasquali, come tutti i periodi di festa comandati, sono un buon terreno di scontro per le riflessioni esistenziali di cui, per altro, ci abbuffiamo senza sfamarci. E così ci si ritrova ad aprire l'ennesimo uovo nella speranza di trovare al suo interno un nuovo motivo per lagnarci della futilità che ci circonda. La pasqua è un contenitore, esattamente come le sue uova, di inutili sentimenti confezionati per l'occasione. Quindi buona pasqua e buona scorpacciata di sapori e dissapori.